È forse tempo che io concluda questa fin troppo (purtroppo) breve “carrellata” su Middlebury (il mio diario è ben più lungo e, per questi Linguai, ne ho estrapolato solo alcuni brani). E allora sintetizzo al massimo qualche altro segmento esemplare. Marcel Danesi, irresistibile al piano, ha coordinato una piacevolissima serata a base di canzoni degli anni Cinquanta-Sessanta da Fred Buscaglione a Mina, Presley, Celentano e Carosone; Enrico Bernard tra una partitella di tennis e una prova teatrale sta allestendo un magnifico spettacolo su Napoli. Gino Tellini ha tenuto una godibile conferenza sulla parodia. Esilaranti alcuni esempi tratti da Achille Campanile (“Ad Angelo, mai”), a Patroni, Maccari, Flaiano, Toti Scialoia, Umberto Eco. Certo, per i testi parodici, si tratta quasi sempre di letteratura derivata o applicata, nel senso che se non ci fosse la letteratura (la grande letteratura) non potrebbe esistere la parodia della stessa. Dacia Maraini ha tenuto, sulla lunghezza d’onda di una dotta e articolata conferenza di Nicaso su camorra-n’drangheta-mafia, una sua bellissima testimonianza su questa piaga che ancora oggi (più che mai) affligge l’Italia. Lei ha intanto concluso il suo corso di tre settimane. Ora le darà il cambio Ermanno Rea, che l’anno scorso perse con Napoli ferrovia lo Strega, vinto dal giovanissimo Paolo Giordano. A me sembra che La dismissione sia a tutt’oggi il suo romanzo migliore.
A pranzo correggo una studentessa “graduate”, seduta accanto a me, che continua a ripetermi di stare facendo ricerca per un “lavoro in progresso” (work in progress). Le suggerisco di dire “un lavoro in fieri”. Mi ha guardato sbalordita, e così ho dovuto spiegarle pedantemente l’origine latina dell’espressione. Stavamo mangiando dei quasi discreti ravioli al sugo e mi sono un po’ odiato per quella mia improvvisa veste professorale. Ma sono qui per insegnare e sono pagato per questo. Il mio corso su Pasolini procede molto bene. Ho mostrato agli studenti un suo film raro del 1963 (La rabbia), il cui recente restauro è stato curato da Giuseppe Bertolucci. Il documentario di Pasolini mi ha messo addosso una malinconia atroce. Strazianti le sequenze relative a guerre di vario genere: la rivolta ungherese del ’56; la guerra in Corea; quella lunga e sanguinosa per l’indipendenza dell’Algeria (1954-1962) costata un milione di morti… (“Scoppia un nuovo problema nel mondo. Si chiama colore”); il Vietnam; ecc.
Dirà Pasolini a monte di questo film: “ Perché la nostra vita è dominata dalla scontentezza, dall’angoscia, dalla paura della guerra, dalla guerra? Per rispondere a questa domanda ho scritto questo film senza seguire un filo cronologico e forse neanche logico, ma seguendo le mie ragioni politiche e il mio sentimento poetico”.
E, visto, che sono in clima poetico, mi piace concludere questo racconto-diario con una visita da me fatta insieme con mia moglie Irene, Trisha e Debbie (nostre care amiche di Long Island) a Ripton, un minuscolo villaggio, a circa 20 minuti da Middlebury, come serrato tra boschi, laghi, fiumi e colline. Ripton fu tanto caro a Robert Frost. Qui il grande poeta americano (un “padre” della poesia americana del Novecento, così come lo fu Whitman per l’Ottocento) venne per 24 estati di seguito (dal 1939 al 1963, anno della sua morte) alloggiando presso una rustica casetta, tutta in legno, immersa nel verde, tra piante, fiori e alberi d’alto fusto (per lo più betulle e frondosissimi aceri). Questa casetta, oggi chiamata “Robert Frost cabin”, conserva tutta la magica atmosfera di quegli anni e visitarla procura davvero una gioia e una serenità profonda. Frost amava fare una lunga passeggiata di circa un miglio ogni volta che il tempo era buono. Oggi il visitatore può compiere la stessa passeggiata (“Robert Frost Trail”), e, durante il percorso, può leggere, appese agli alberi o incise su tavole, alcune delle più belle poesie scritte dal poeta a Ripton.
(Fine)
Luigi Fontanella