Il programma estivo di Middlebury offre un’ incredibile, variegata quantità di iniziative tutte al servizio della lingua e della cultura italiana. Oltre ai corsi di lingua e letteratura, ci sono ogni giorno tante manifestazioni tra le più disparate: rappresentazioni e laboratori teatrali, film, concerti, letture di poesia e workshop di scrittura creativa, tornei di calcio, di bocce, di carte e di pallavolo, yoga, conferenze, nuoto, tango, perfino miniseminari di cucina e gastronomia italiana, ecc. ecc.
Ho detto che tutto quanto accade è al servizio della lingua italiana (la maggioranza dei corsi sono proprio sulla lingua a tutti i vari livelli). Dovrei qui nuovamente ricordare il solenne giuramento (the language pledge) in virtù del quale per tutta la durata del programma gli studenti (ma anche i docenti) dovranno parlare sempre la lingua straniera che intendono imparare o perfezionare (in questo caso l’italiano). Da qui, la straordinaria varietà di idiomi che senti parlare quando giri per il campus!
Rivisto dopo tanti anni Roma città aperta. Quasi ogni sera vengono proiettati almeno due o tre film o documentari (la stessa cosa avviene per gli altri programmi): opere classiche o contemporanee. Un’ottima occasione, per me che amo il cinema, di vedere o rivedere nuove e vecchie pellicole italiane. Animatore instancabile di tutta l’attività cinefila relativa all’Italia è il caro Antonio Vitti, nella cui Stimmung si nasconde – ne sono quasi sicuro – un poeta… Il film di Rossellini regge ancora benissimo e ogni volta che lo rivedi scopri qualche dettaglio strutturale molto interessante. Eppure io non sono sicuro che sia – come molti critici ritengono – il suo miglior film. A me fece molto effetto, quando lo vidi tanti e tanti anni fa, Paisà, come pureViaggio in Italia, ma può darsi che la mia valutazione sia sbagliata.
Tornando a Roma città aperta, questo film resta in ogni caso un capolavoro assoluto della cinematografia, specialmente se si pensa che fu girato tra difficoltà economiche e organizzative di ogni genere. Una volta però Eduardo De Filippo ha detto, non so quanto a ragione, che non bisogna avere un evento così tragico come la guerra per produrre un’opera d’arte.
Ho chiesto a Dacia Maraini se se la sente di offrire ai miei studenti un “ricordo” personale di Pasolini, lei che ben lo conobbe e frequentò negli ultimi 15 anni della sua vita. Con lei, dopo la lezione, siamo andati in alcuni negozietti dell’usato (“Trifty Shop”), proprio al centro di Middlebury, dove abbiamo a lungo curiosato e infine comprato qualche indumento. Mi colpisce la gentile ritrosia di Dacia, un che di riservato misto a timidezza, che stride rispetto all’immagine pubblica di assertiva femminista che di lei si conosce(va). Un velo di malinconia e di sognante distrazione copre il suo volto. Mi ha raccontato della recente, prematura morte del suo compagno. Si è molto interessata al mio seminario pasoliniano informandosi sulle opere di P.P.P. che farò leggere e analizzare dai miei studenti. Aveva una gran voglia di un cappuccino, così siamo andati in un bar del centro (“The Two Brothers”), sito in un vecchio palazzo ottocentesco, tipico della Nuova Inghilterra, e in questo locale immerso nella penombra, pieno di cianfrusaglie ovunque (sul soffitto erano incollate vecchie banconote dei più svariati Paesi) abbiamo continuato la nostra conversazione.
Tempo continuamente incerto, piovoso, uggioso.
(continua)
Luigi Fontanella