America Oggi, edizione di Domenica 2 agosto 2009

Continuo il mio “diario-racconto” di Middlebury,  legato al programma della Lingua Italiana.  Sarà composto di brevi segmenti, come avessi una torcia immaginaria con la quale illumino ora questo ora quell’aspetto che ho vissuto o vado vivendo sul momento.  
Ho fatto conoscenza dei miei colleghi o almeno con un buon numero di essi: Dacia Maraini, che mi ha fatto piacere rivedere (l’avevo vista la prima volta a Roma una quindicina d’anni fa, e l’ultima tre anni fa in occasione di un suo lavoro teatrale - mi pare s’intitolasse Tagliatori di teste a Villa Borghese - , allestito all’aperto vicino al laghetto di Villa Borghese, che aveva come attore principale uno stralunato ma bravissimo Ninetto Davoli);  Gino Tellini, italianista dell’Università di Firenze, per il quale ho provato un’immediata, istintiva simpatia, forse anche per il nostro comune amore verso Palazzeschi; Ernesto Livorni, che mi ha gentilmente assistito al mio arrivo, prodigo di consigli e indicazioni; Antonello Borra (ogni volta che lo vedo mi dà l’idea  di un simpatico folletto un po’ spiritato); Antonio Morena, un giovane studioso da me conosciuto qualche anno fa in un convegno sul neorealismo, che ha da poco completato il suo Ph.D. a Harvard; Antonio Vitti, direttore del programma, che conosco da almeno vent’anni, per il quale ho sempre provato un affetto istintivo, del resto reciproco.  Ma ci sono anche altri colleghi, di freschissima conoscenza, che mi piace nominare, anche perché probabilmente ritorneranno in questo mio racconto diaristico:  Colleen Ryan (docente presso l’Indiana University);  Enrico Bernard (figlio di Carlo Bernari) che si occupa di teatro, sia criticamente sia creativamente; Antonio Nicaso (esperto di mafia, camorra e ‘ndrangheta); Marcel Danesi (docente presso l’Università di Toronto); Vittorio Zucconi, giornalista e inviato speciale di “Repubblica”. 
La cerimonia d’apertura è stata alquanto lunga, laboriosa e chiassosa (ogni gruppo linguistico faceva un baccano infernale volendo sottolineare la propria presenza); i più irruenti erano gli studenti di portoghese.  Sembrava di stare allo stadio durante un’accesa partita di calcio.
Ho tenuto la mia prima lezione.  Ho undici studenti, un gruppo con il quale mi sembra si possa lavorare bene.  Insegno ogni giorno (da Lunedì a Venerdi), dalle 9 alle 9,50.  Ho iniziato, come per creare una sorta di atmosfera propizia,  facendo sentire la voce di Pasolini dal cd annesso a un libro da me curato quattro anni fa (Pasolini rilegge Pasolini); un cd ricavato da due audiocassette, contenenti una lunga e preziosa intervista fatta a Pier Paolo da Giuseppe Cardillo nel lontano 1969.  Audiocassette che salvai anni fa miracolosamente  dalla distruzione già designata dal nostro benemerito Istituto Italiano di Cultura di New York. 
Pasolini aveva una voce suadente, musicale: sembrava sfiorare le parole per porgerle con grazia a chi lo ascoltava; una freschezza di rugiada (rosadasarà proprio la parola folgorante a chiamarlo irresistibilmente alla poesia).  Una voce, la sua, davvero seducente… eppure, in questa leggerezza vocale, Pier Paolo era in grado di esprimere concetti e sentimenti profondi, intensi, taglienti, di una logica irriducibile, che spiazzavano i suoi interlocutori.  In questo cd il suo ragionare, ricco e asciutto, si carica gradualmente di una forza dialettica progressiva, implacabile, che, per quanto mi riguarda, a me è capitato di riscontrare solo raramente in altri personaggi (penso a un Enrico Berlinguer, ma non si forzi l’accostamento).

                                                                                             (continua)

Luigi Fontanella