Giulio Andreotti, deputato dell'Assemblea Costituente tra le fila della Democrazia Cristiana, è stato sette volte Presidente del Consiglio, otto volte Ministro della Difesa, cinque volte Ministro degli Esteri, tre volte Ministro delle Partecipazioni Statali, due volte Ministro delle Finanze, del Bilancio e delle Infrastrutture, una volta Ministro del Tesoro, dell'Interno, dei Beni Culturali e delle Politiche Comunitarie. Entra a far parte dello scenario politico nazionale nel 1946 e vi rimarrà, come deputato, fino al 1991, anno in cui diverrà senatore a vita.
Andreotti inizia ad occuparsi di politica, sia pur a livello universitario, quando l'Italia si trova ancora in piena guerra. Dal 1942 al 1944, infatti, succederà ad Aldo Moro nella presidenza della FUCI (Federazione Universitaria Cattolica Italiana). Dopo pochi anni dalla sua elezione, Andreotti, inizia la sua attività di governo. Diviene infatti sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel 1947 sotto l'ottavo Governo De Gasperi. Ricoprirà tale carica fino al 1953, mantenendola anche sotto il governo Pella nel 1954.
È il 1972 quando Andreotti diviene per la prima volta Presidente del Consiglio dei Ministri. Il suo primo mandato come Presidente del Governo avrà breve durata (dal 17-02-1972 al 26-06-1972). Rieletto nello stesso anno rimarrà a capo dell'esecutivo fino al luglio del 1973.
Gli anni '70 sono gli anni degli scontri di Reggio Calabria, della morte dell'editore Giangiacomo Feltrinelli (ucciso da un ordigno esplosivo che lui stesso stava posizionando per perpetrare un attentato di matrice terroristica), dell'aumento del prezzo del petrolio deciso dall'OPEC, del fallito golpe ordinato dal principe Borghese, sono gli anni della morte del giornalista Mino Pecorelli, del regista Pier Paolo Pasolini e dell'avvocato Giorgio Ambrosoli. Sono gli anni dell'ascesa del PCI (Partito Comunista Italiano) alle elezioni del 1976, il quale riesce ad ottenere il 34% delle preferenze contro il 38% della Democrazia Cristiana. In Cile Pinochet aveva da poco compiuto il colpo di stato. La paura che ciò potesse accadere anche in Italia e la preoccupazione per la crescente diffusione dell'estremismo nero e di quello rosso accrescevano il timore che lo stivale potesse spaccarsi in due. Per questi motivi l'allora leader del PCI, Enrico Berlinguer, proponeva il cosiddetto compromesso storico, una sorta di "collaborazione delle forze popolari d’ispirazione comunista e socialista con le forze popolari d’ispirazione cattolica". Uno dei primi ad intraprendere la strada del dialogo tra queste forze era il presidente della DC, l'On. Aldo Moro, il quale riteneva che fosse possibile instaurare un Governo di solidarietà nazionale includendo anche il PCI nella maggioranza di Governo. Il 16 marzo del 1978, giorno della presentazione del IV Governo Andreotti, l'On. Moro veniva rapito dalle brigate rosse. Sono le 9:25 quando il Giornale Radio2 ne dà notizia: <<Gentili ascoltatori, siete collegati con la redazione del Gr2. Interrompiamo le trasmissioni per un drammatica notizia che ha dell'incredibile e che, anche se non ha trovato finora una conferma ufficiale, purtroppo sembra vera: il Presidente della Democrazia Cristiana, On. Aldo Moro, è stato rapito poco fa a Roma da un commando di terroristi. L'inaudito, ripetiamo, incredibile episodio, è avvenuto davanti all'abitazione del parlamentare nella zona della Camilluccia...>>. In quell'agguato perderanno la vita i cinque uomini della scorta. Aldo Moro, resterà nelle mani dei terroristi, nel covo di via Montalcini, per cinquantacinque lunghissimi giorni. Il Parlamento votava quasi all'unanimità (ad eccezione del MSI, del PLI e dell'SVP) il monocolore della DC, guidato da Giulio Andreotti. Il Governo di solidarietà nazionale che aveva ricevuto la fiducia, anche per far fronte all'emergenza del sequestro Moro, aveva deciso di adottare la linea della fermezza. Le Br chiedevano la scarcerazione di alcuni terroristi in cambio della liberazione di Moro. Il 30 marzo il Presidente Andreotti e gli altri organi di Governo rispondevano ai brigatisti che i loro compagni detenuti non sarebbero stati liberati. Il 9 maggio del 1978 il corpo senza vita di Aldo Moro sarà rinvenuto nel bagagliaio di una Renault 4 rossa parcheggiata in via Caetani a Roma.
Gli anni '80, definiti da Montanelli come gli "anni di fango", si aprono con la scoperta della loggia massonica P2, al cui vertice si trovava Licio Gelli e che contava tra le sue fila i nomi di quattro ministri , 44 parlamentari, tutti i vertici dei servizi segreti SISMI e SISDE, comandanti della Guardia di finanza, alti ufficiali dei Carabinieri, generali, militari, prefetti, funzionari, magistrati, banchieri, imprenditori, direttori di giornali, giornalisti... Nel 1987 si conclude il maxiprocesso con la condanna di 360 dei 475 imputati, fra i quali Toto Riina, capo dei corleonesi, Bernardo Provenzano , Michele Greco.
Giulio Andreotti non è più Presidente del Consiglio, ma continua a far parte della compagine governativa. È il 1983, infatti, quando viene nominato Ministro degli esteri nel primo Governo Craxi, e lo rimarrà per altri sei anni, fino al 1989.
Anche gli anni '80 sono anni di sangue. Il 2 agosto 1980 alcuni terroristi piazzano una valigia carica di esplosivo alla Stazione di Bologna. Questo attentato fu uno degli atti terroristici più gravi del dopoguerra in Italia, con un bilancio di 85 morti e 200 feriti. La mafia, capeggiata dai corleonesi, inasprisce la sua lotta contro lo Stato. Il Generale Dalla Chiesa, trasferitosi in Sicilia, anche grazie all'incoraggiamento di Andreotti, perderà la vita in un attentato il 3 settembre del 1982. Nello stesso anno Roberto Calvi, banchiere, viene trovato impiccato sotto il ponte dei Frati Neri sul Tamigi. Nell'83 sarà la volta del giudice Rocco Chinnici, giudice e iniziatore del pool antimafia di Palermo, del quale facevano parte anche i giudici Falcone e Borsellino. Nel 1986 toccherà a Michele Sindona, banchiere della mafia, ucciso nel supercarcere di Voghera da un caffè al cianuro.
Durante gli anni '90 un pool di giudici milanesi formato da Antonio Di Pietro, Piercamillo Davigo, Francesco Greco, Gherardo Colombo, Ilda Boccassini e guidato dal procuratore capo Francesco Saverio Borrelli e dal suo vice Gerardo D'Ambrosio, porta alla luce quella che sarà chiamata dai mediatangentopoli, una delle più brutte pagine della storia d'Italia. Dalle indagini dei giudici era infatti emersa la sconvolgente consuetudine dell'Italia dell'epoca che non aborriva affatto la corruzione e la concussione, ma, anzi, ne faceva una pratica comune. Le indagini coinvolgevano politici e imprenditori. Quando gli avvisi di garanzia iniziarono a venire molti decisero di togliersi la vita pur di evitare la vergogna del carcere. Anche l'ex Presidente del Consiglio Bettino Craxi venne colpito dalla vicenda, e proprio per questo motivo decise di fuggire, per non scontare la sua pena, ad Hammamet, in Tunisia, dove morì nel 2000. La politica italiana accusò il duro colpo. È a questo punto che nasce la cosiddetta Seconda Repubblica. Silvio Berlusconi, attuale Presidente del Consiglio, nella sua famosa discesa in campo disse: <<La vecchia classe politica è stata travolta dai fatti e superata dai tempi. L'autoaffondamento dei vecchi governanti, schiacciati dal peso del debito pubblico e dal sistema del finanziamento illegale dei partiti, lascia il Paese impreparato e incerto nel momento difficile del rinnovamento e del passaggio ad una nuova Repubblica>>. La vecchia guardia lascia il posto ad "uomini totalmente nuovi".
Giulio Andreotti è uno dei pochi politici ad uscire indenne da mani pulite. Nel 1992 sarà per l'ultima volta Presidente del Consiglio. Lo stesso anno il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga lo nomina senatore a vita. Sempre nel 1992 Andreotti viene palesato come uno dei possibili successori di Cossiga alla presidenza della Repubblica, anche se all'interno della sua corrente politica la sua non era l'unica candidatura. La Dc era infatti divisa, per la corsa al Quirinale, tra Andreotti e Forlani. Alla fine nessuno dei due la ebbe vinta e Presidente della Repubblica fu nominato Oscar Luigi Scalfaro.
Gli anni '90 vengono tristemente ricordati anche per la scomparsa di numerosi personaggi per mano della mafia, la quale continuava la lotta alle istituzioni per affermare la propria legge. Uno dei primi ad essere ucciso in quegli anni fu l'On. Salvo Lima, ex Sindaco di Palermo e Parlamentare appartenente alla corrente andreottiana. Nel marzo del 1992 Salvo Lima viene ucciso a colpi di pistola. Più tardi un pentito di mafia rivelerà che Lima avrebbe avuto negli anni forti legami con Cosa Nostra.
La mafia colpisce ancora nel maggio dello stesso anno e questa volta va a colpire direttamente i magistrati del pool antimafia che avevano portato avanti le battaglie più dure ed efficaci nella lotta a cosa nostra. I giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vennero fatti saltare in aria a distanza di pochi mesi l'uno dall'altro. Il 23 maggio del 1992 Giovanni Falcone insieme agli uomini della sua scorta e alla moglie, Francesca Morvillo, percorreva il pezzo d'autostrada che va dall'aeroporto di Punta Raisi (oggi Falcone e Borsellino) a Palermo. Erano le 17:58, quando, all'altezza di Capaci, Giovanni Brusca azionò il comando per far saltare i 500 chili di tritolo posizionati sotto la sede stradale. Paolo Borsellino a questo punto sapeva di essere, come lui stesso diceva, "un cadavere che cammina". Dopo solo due mesi dalla morte del suo amico e collega Falcone, quella sorte crudele toccò anche a lui. Il 19 luglio Paolo Borsellino si reca in via D'Amelio, come faceva abitualmente alla domenica, per far visita alla madre. Quel giorno, però, ad aspettarlo troverà i 100 chili di tritolo sistemati in una 126 parcheggiata davanti all'abitazione della madre. Se ne vanno così due persone che con il loro senso dello Stato e l'altruismo che li contraddistingueva hanno fatto della lotta alla mafia la loro vita. A loro va il merito di aver tracciato una mappa di quella che è l'organizzazione criminale denominata cosa nostra. Grazie alla loro caparbietà ed alle loro intuizioni erano riusciti, infatti, a convincere moti uomini di mafia a rompere il silenzio e a collaborare con la giustizia.
Nel 1993, in base alle indicazioni fornite dal collaboratore di giustizia Balduccio Di Maggio, i carabinieri arrestano a Palermo il capo dei capi di cosa nostra: Salvatore Riina, detto Toto, latitante dal 1969. È uno dei colpi più duri inferti dallo Stato alla mafia siciliana.
Molti mafiosi iniziano a cedere in carcere sotto il peso del 41bis, il regime carcerario speciale a cui sono sottoposti i condannati per reati di tipo mafioso,e quindi a collaborare con la giustizia. Il nome di Giulio Andreotti risulta da un gran numero di interrogatori. Il primo che raccontò ai giudici di una "entità" che aiutava la mafia fu Tommaso Buscetta, anche detto il boss dei due mondi dal momento che gestiva i traffici di cosa nostra dal Sud America, il quale, dopo l'omicidio di Falcone, decise di rivelare il nome che inizialmente aveva taciuto: Giulio Andreotti. Lo stesso Buscetta accuserà il Senatore a vita di essere il mandante dell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli, il quale, come dichiararono anche in seguito alcuni degli esponenti della banda della Magliana, era in possesso di documenti compromettenti su Giulio Andreotti. Il nisseno Leonardo Messina sosteneva che Andreotti fosse un uomo d'onore e che fosse addirittura "punciutu", che nel gergo della mafia significa che ha ricevuto il rituale battesimo per l'affiliazione a cosa nostra, e che i boss lo chiamassero "zio". Baldassarre Di Maggio, detto Balduccio, raccontò ai giudici dell'incontro tra Andreotti e Toto Riina, sostenendo di aver assistito al famoso bacio fra i due. Francesco Marino Mannoia racconta dell'incontro tra Andreotti e il boss Stefano Bontate in una riserva di caccia prima dell'omicidio Mattarella e di aver rivisto poi il democristiano a casa di uno degli Inzerillo. Racconta inoltre di un quadro per il quale Andreotti impazziva e che Pippo Calò gli regalò. Gaspare Mutolo riferisce dei tentativi da parte dei boss di cosa nostra di far saltare il maxiprocesso con l'aiuto dell'On. Lima, che secondo altri collaboratori di giustizia avrebbe aggiustato vari processi di cassazione, e del giudice Carnevale. L'interrogatorio di Mario Santo Di Matteo, il quale ha riferito di rapporti molto stretti fra i cugini Salvo e Giulio Andreotti, ha confermato le parole di Mutolo affermando che l'omicidio di Ignazio Salvo faceva parte della vendetta per il mancato aggiustamento del maxiprocesso stipulato con Andreotti a mezzo Lima. A tal proposito un altro uomo di mafia, Tullio Cannella dice che Andreotti avrebbe fatto giungere un messaggio a Toto Riina per giustificarsi per non aver sistemato il maxiprocesso.
Nel 1995, sulla base di queste rivelazioni, le procure di Perugia e di
Palermo decidono di aprire un procedimento penale nei confronti del Senatore a vita Giulio Andreotti con l'accusa di essere il mandante dell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli e con l'imputazione: "del reato di cui all’art. 416 bis c.p., per avere messo a disposizione dell’associazione mafiosa denominata Cosa Nostra, per la tutela degli interessi e per il raggiungimento degli scopi criminali della stessa, l’influenza e il potere derivanti dalla sua posizione di esponente di vertice di una corrente politica, nonché dalle relazioni intessute nel corso della sua attività; partecipando in questo modo al mantenimento, al rafforzamento e all’espansione dell’associazione medesima".
Il processo di Palermo si è concluso in primo grado con l'assoluzione dell'imputato "perché il fatto non sussiste". La Corte d'Assise d'Appello di Palermo ha ribaltato in parte la pronuncia del Tribunale di primo grado. Ha ritenuto, infatti, il Senatore a vita colpevole del reato di associazione a delinquere per fatti antecedenti al 1980, ma ha dovuto assolvere l'imputato da questa accusa perché tale reato risultava prescritto, mentre ha ritenuto che il"fatto non sussiste" per quanto riguarda l'altro reato a lui ascritto, ovvero, il reato di associazione a delinquere di tipo mafioso. In Cassazione a niente sono valsi gli sforzi di accusa e difesa di veder cambiate le risultanze del processo d'appello. La Suprema Corte di Cassazione ha infatti confermato in toto la sentenza della Corte d'Assise d'Appello di Palermo.
Per quanto riguarda il processo di Perugia, ovvero il procedimento che lo vedeva imputato come il mandante dell'omicidio Pecorelli, il Tribunale di Perugia aveva assolto Giulio Andreotti dall'accusa "per non aver commesso il fatto". La Corte di Assise d'Appello di Perugia si espresse nel senso contrario, lasciando nello sgomento gli avvocati della difesa, inclusa la giovane Giulia Bongiorno. La sentenza si concludeva infatti con la condanna per il Senatore Giulio Andreotti e per il boss di cosa nostra Gaetano Badalamenti a 24 anni di reclusione. Le Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione, infine, hanno ribaltato ancora una volta le risultanze del procedimento di secondo grado assolvendo in via definitiva Giulio Andreotti dal reato a lui ascritto "per non aver commesso il fatto".
Si chiudono così due dei processi più importanti degli ultimi vent'anni, con l'assoluzione di Giulio Andreotti, Senatore a vita che, nonostante si abbia commesso il reato di associazione a delinquere, continua ad esser parte attiva del Parlamento italiano, basti pensare che alle ultime elezioni del Presidente della Repubblica era addirittura uno dei papabili per la corsa alla presidenza.
Giulio Andreotti è il personaggio più amato, più odiato, più criticato, più osannato, più disprezzato in Italia. Tutto si può dire di Andreotti, ma certo è che la sua vita è la storia d'Italia dal dopoguerra ad oggi.
Matteo Lettieri